mercoledì 23 dicembre 2009

NATALE IN TENDA (dei profughi afgani alla stazione Ostiense)



(foto di Valeria Galletti)

Questo è un articolo che avevo scritto per un giornale free press tra i più diffusi, con l'intento(comunque un po' troppo ambizioso) di "fare almeno un po' di pressione" perchè le autorità competenti, volgessero il pensiero alla faccenda. Non è nuova, lo so. Di afgani accampati all'Ostiense si parla da mesi, anni. E loro continuano ad arrivare e, dopo viaggi inimmaginabili, a resistere al freddo e al disagio. La notizia non è andata su quel giornale, troppo intasato in questo periodo di pubblicità natalizie. La pubblico ora qui, dedicandola agli attiviti dell'associazione che continua a occuparsi di questo flusso di giovani orientali - nostro unico riscontro di una guerra combattuta lontano da qui - durante i lunghi periodi che intercorrono tra i picchi di attenzione mediatica.

"Vengono con febbre, dermatiti, malattie respiratorie e noi gli diamo gli antibiotici che ci fornisce la Caritas, ma come possono guarire se continuano a dormire all'aperto, con questo freddo?" Alberto e Chiara sono volontari dell'Associazione Medu (Medici per i diritti umani), che da anni assiste i rifugiati dell'Afghanistan che giungono alla stazione Ostiense, snodo fondamentale per i giovani in fuga da quel paese martoriato dal conflitto. Punto di riferimento della migrazione, ma anche e sempre di più, luogo di accampamento, a causa della carenza di strutture pubbliche dedicate all'accoglienza di richiedenti asilo a Roma. Un dramma, quando arriva il gelo di questi giorni. E di queste notti.

Una soluzione per alcuni di loro, è stata trovata dal Comune di Roma, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto dove, in seguito alla pressione del Medu e di altre organizzazioni impegnate a fianco dei profughi afgani, lo scorso 12 novembre sono stati trasferiti un centinaio degli "abitanti" dell'Ostiense. Ma molti sono rimasti fuori e continuano a dormire nelle tende da campeggio di nylon, circa una ventina, i cui colori estivi stonano nel paesaggio di cantieri e pozzanghere ghiacciate che circonda il terminal ferroviario. "Mercoledì mattina, quando abbiamo aperto il nostro ambulatorio mobile, sono venute 80 persone", dice Alberto Barbieri, coordinatore generale del Medu, indicando come questo, il numero di afgani ancora accampati nei pressi della stazione Ostiense. "Chiediamo che possano essere accolti in un posto chiuso anche loro", fa appello. La richiesta del Medu e delle altre associazioni che hanno seguito gli afgani, come Laboratorio53 e Yo Migro, è che vengano offerti ai giovani profughi i posti ancora disponibili al centro di Castelnuovo di Porto, attualmente gestito dalla Croce Rossa. "Almeno durante il periodo dell'emergenza freddo, fino a gennaio-febbraio".

"Per il futuro chiediamo che si possa creare un centro di assistenza e accoglienza, proprio qui, a Ostiense", dice Barbieri, sottolineando come il flusso di ragazzi in fuga dalla guerra non accenni ad arrestarsi. "Lo chiediamo anche per gli abitanti del quartiere" dice Barbieri, affermando come l'obbiettivo dell'attività di accoglienza sia anche evitare degrado e favorire la convivenza. Attualmente il quartiere non ha negato solidarietà: "Povere anime, vengon da me a prendere i cartoni", dice un giornalaio dei dintorni. Mentre il circolo bocciofilo, ha offerto la propria sede per il presidio socio-sanitario del Medu. "Ma - dice Alberto - questa situazione non potrà durare a lungo".

lunedì 14 dicembre 2009

Il Natale di Navtej (1 anno dopo l'aggressione di Nettuno)

Era giunto da un paese lontano e quando ha perso l'occupazione precaria si era trovato da solo, un senzatetto. Un giorno di pieno inverno tre ragazzi gli hanno tirato della benzina e hanno acceso il fuoco. In molti ricorderanno la storia di Navtej Singh Sidho, l'"indiano bruciato" nella stazione di Nettuno, il 31 gennaio scorso. Non si credeva che sarebbe sopravvissuto, ma i medici hanno lottato con lui e poi lo hanno assistito, per mesi. Ora è tornato l'inverno e Navtej può dire che ce l'ha fatta. Solo a sopravvivere però, perchè le sue gambe non possono più dirsi tali e almeno per alcuni mesi deve rimanere sulla sedia a rotelle. Ma ora deve abbandonare la struttura di riabilitazione di Telese Terme che lo ospitato per questi mesi. Il 24 o il 25 dicembre sono i giorni in cui si prevede la sua dimissione. Una data che fa riflettere e che forse salverà questo ragazzo di 35 anni. Forse nessuno avrà il coraggio di riportarlo in strada, proprio quel giorno. Forse. Perchè la generosità espressa dalle istituzioni nei giorni dell'attenzione mediatica è, finora, rimasta parole. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta, gli avevano assicurato un alloggio, mentre il presidente del Senato Renato Schifani, gli aveva promesso un lavoro. "Ma non è arrivato niente, e noi non sappiamo cosa fare quando lui uscirà dall'ospedale", denuncia Balray Singh, rappresentante della comunita' Sikh di Roma e membro della consulta religiosa della Capitale, che ha avuto dall'ambasciata indiana l'incarico di seguire le vicende sanitarie e legali di Navtej, per conto della sua famiglia. "Abbiamo continuato a chiedere quanto era stato promesso, ma senza avere risposte – aggiunge – soprattutto all'assessore ai Servizi sociali di Nettuno, Domenico Cianfriglia, che continua a rassicurarci, ma finora ci ha dato solo parole". Per quanto riguarda il lavoro, Singh afferma che "ora può fare solo un lavoro tranquillo, che gli permetta di restare seduto", e si appella di nuovo alla solidarietà delle istituzioni, o delle persone. Ma la cosa più urgente, resta l'alloggio. Singh racconta poi del processo ai tre ragazzi, che ha seguito: è stata data la prima condanna, di 5 anni, al più giovane, che ha confessato, mentre per i due maggiorenni ci sarà un'udienza nei prossimi giorni. Ma resta alta la preoccupazione per gli episodi di razzismo di cui sono continuamente oggetto i suoi connazionali, lavoratori agricoli nelle zone di Anzio, Aprilia e Lavinio: "Ciò che accade più spesso - dice – è che quando la sera tornano a casa in bicicletta, alcuni ragazzi in automobile, si fermano aprono gli sportelli e li spingono a terra. "I ragazzi a volte si fanno male in seguito a questo tipo di aggressioni, che accadono almeno due volte al mese, anche se di solito non denunciano perchè hanno paura di andare alla polizia, se non hanno i documenti".

Uscito anche su Epolis Roma di oggi

sabato 14 novembre 2009

REPORTAGE DAL KOSOVO: PRISTINA, GIOVANE MODERNA E DISOCCUPATA

Testo di Ludovica Jona. Fotografie di Alessia Leonello.




A poco più di un anno dall'indipendenza, la capitale del Kossovo ha l'aria di capitale europea alla moda. Nonostante il tasso di disoccupazione ufficiale sfiori l'80 per cento. Viaggio tra la massiccia presenza internazionale e la criminalità al potere

“L'Espresso all'italiana” è scritto sui tendoni che riparano le schiere di tavolini all'aperto nel viale alberato. Ragazzi in jeans e giacca di velluto attraversano i cortili affollati. C'è chi chiacchiera davanti a una birra e chi lavora al computer portatile. Un po' oltre, ci sono locali più ricercati: in stile moderno, con arredi in vetro e metallo, o etnico, in legno e paglia intrecciata. Vi siedono giovani in completo scuro e ragazze con tacchi alti e abiti vistosi. I camerieri servono composizioni di pesce o di formaggi assortiti, come nelle riviste di cucina più glamour. Non siamo nel centro di Milano allo scattare dell'aperitivo, ma a Pristina, capitale del Kossovo, in un ordinario mercoledì pomeriggio.

A pochi mesi dal primo compleanno dell'indipendenza (il 17 febbraio scorso), la capitale del paese più giovane d'Europa, con un'età media di 24 anni, ti accoglie come una ragazza che vuole stupire. Su boulevard Clinton, che dall'aeroporto conduce al centro, sfilano solide case progettate con gusto, mentre suv fiammanti sfrecciano sullo sfondo di cartelloni pubblicitari dei più noti marchi occidentali. E attorno alla piazza del “New Born”, il monumento dell'indipendenza costituito da grandi lettere di cemento colorato che compongono la scritta “nuovo nato” in inglese, un'esuberante vitalità mondana meraviglia il visitatore che abbia letto i rapporti sull'economia drammaticamente improduttiva del Kossovo e sul suo tasso di disoccupazione che sfiora l'80 per cento della popolazione attiva.

Le sigle di organizzazioni internazionali quali Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), Onu e Unchr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) frequenti su palazzi e automobili nel centro di Pristina, sono la prima possibile spiegazione a segni di un benessere inaspettati, in un paese che è stato recente teatro di un feroce conflitto etnico. La presenza internazionale, seguita ai bombardamenti Nato del 1999 che sconfissero il regime di Milosevich, viene da molti considerata la più fiorente industria del paese: all'inizio del 2008, la sola missione Onu in Kosovo (Unmik) aveva speso circa tre miliardi di euro, in personale, beni e servizi. “Anche se solo una piccola parte di questa somma è stata investita nell'economia kosovara – sottolinea il sito d'informazione Osservatorio Balcani- il denaro speso ha certamente avuto un ruolo nella creazione di attività produttive”. Soprattutto a Pristina dove è concentrato oltre il 60 per cento del personale internazionale.

Nonostante ciò, quasi tutti i kossovari invocano l'allontanamento della missione inviata dall'Onu per sostenere (e monitorare) le istituzioni locali.
“I funzionari dell'Unmik hanno salari altissimi, ma ancora non ne abbiam visto i benefici sulla popolazione”, dice un giovane incontrato in uno dei più rinomati caffè del centro, il Papillon. Giacca gessata, voce impostata e sorriso smagliante, Artan si occupa di casting per la televisione nazionale. E' albanese, ma vanta diverse esperienze professionali in Italia e negli Usa: a convincerlo a venire a Pristina, sono state buone opportunità d'affari.
Tuttavia, la classe dirigente locale, costituita in prevalenza da ex leader dell'Uck (Esercito di Liberazione del Kossovo) non appare particolarmente impegnata nel potenziare l'economia locale. “Non vi sono investimenti significativi in alcun settore dell'economia e il tasso di suicidi giovanili è drammaticamente aumentato a causa della mancanza di prospettive e di lavoro”, dice Ilire Zajmi, cronista della Radio Kossova e corrispondente dell'Ansa a Pristina. “Neanche nel settore dello spettacolo vi è alcuna politica che favorisca investimenti stranieri”, le fa eco Skumbin I., noto attore comico kossovaro. Sono critiche che non stupiscono se si guarda al curriculum dei principali dirigenti politici del Kossovo: sia l'attuale capo del governo Hashim Thaci, che il leader del partito d’opposizione Ramush Haradinaj, oltre ad essere molto giovani, (hanno entrambi una quarantina d'anni), hanno avuto una formazione militare più che politica, essendo stati i principali leader dell'Uck. Inoltre, un dossier commissionato dalle forze armate tedesche all'Istituto di Berlino per la politica Europea, li descrive come “i capoclan dei cartelli mafiosi più potenti del Kosovo”, confermando informazioni fornite da precedenti inchieste giornalistiche e giudiziarie. In particolare, secondo il Washington Times, durante il periodo in cui Thaci fu a capo dell'Uck, l'organizzazione si finanziava prevalentemente attraverso il controllo di gran parte del traffico di eroina e cocaina verso l'Europa occidentale. Successivamente Thaci è stato additato dalla Bbc come “l'elemento centrale delle attività criminali condotte dal Kosovo Protection Force” (nato dopo lo scioglimento dell'Uck, assorbendone i miliziani), che estorceva denaro agli uomini d'affari sotto forma di tasse per il suo governo, una sorta di pizzo. Ramush Haradinaj è stato accusato di crimini di guerra e contro l'umanità dalla Corte Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Diversi testimoni a suo sfavore sono morti in circostanze misteriose durante il processo e nell'aprile 2008 è stato assolto da tutti i capi d'imputazione.

Il Kossovo è considerato il porto franco dell'Europa per l'80 per cento della droga prodotta in Afganistan e lavorata in Turchia. Lo spaccio internazionale è spesso additato come giustificazione della quantità di denaro che gira a Pristina, ma non è chiaro come traffici di tale portata possano avvenire indisturbati sotto gli occhi dei 16.000 militari della missione Kfor (Kosovo Force) guidata dalla Nato, tuttora presenti in questo fazzoletto di terra grande come il Molise. “Non sono i militari della Kfor che devono fare inchieste giudiziarie sul traffico di stupefacenti, ma la magistratura”, risponde Alberto Perduca, il magistrato italiano che dirige il settore giustizia di Eulex, la missione decisa dall'Unione Europea dopo la proclamazione dell'indipendenza del Kossovo (riconosciuta da quasi tutti gli stati membri), per sostenere le istituzioni locali, sostituendo gradualmente l'Unmik. Impegnata nei settori di giustizia, polizia e dogane con circa 2000 funzionari, l'Eulex è la più importante missione estera dell'Unione e, oltre al ruolo consultivo, può esercitare il potere giudiziario assieme agli amministratori locali. “Ad esempio – spiega Perduca- vi è una Procura speciale anticrimine, creata sull'esempio della Direzione speciale antimafia, costituita da 16 procuratori, dei quali 6 sono Eulex”. Tuttavia, dal dicembre scorso, data in cui è entrata in azione l'amministrazione della giustizia sostenuta dall'Eulex, è passato in giudicato solo un caso di rapina. “Stiamo ancora prendendo in consegna dall'Unmik gli oltre a 1200 fascicoli aperti per crimini di guerra”, dice il funzionario. E aggiunge che affrontare la criminalità organizzata sarà molto difficile: “L'attrezzatura tecnica, come quella per fare intercettazioni, non è adeguata”. Ma soprattutto: “I legami familiari e tra clan qui sono potentissimi e, in un paese così piccolo, è un grande problema anche difendere i testimoni!”
La scritta “Eulex made in Serbia”, che campeggia sulle mura di tutto il Kossovo, mostra che anche la missione inviata dall'Unione Europea non è amata dai locali. Accusandola di essere prodotto della Serbia, la si associa alla nazione contro cui è stata combattuta la cosiddetta “guerra di liberazione” della maggioranza dei kossovari, che sono di etnia albanese. A ricoprire le mura con quella scritta, sono le centinaia di attivisti di un movimento extra parlamentare chiamato “Vetevendosje!” (Autodeterminazione). Il suo fondatore è Albin Kurtis, 33 anni, già leader delle proteste studentesche contro il regime di Milosevich, nonchè vicino al leader kossovaro pacifista, Ibrahim Rugova. “Kfor e Eulex non dovrebbero avere poteri esecutivi né immunità legale”, ci dice. Ma non risparmia critiche pesanti ai membri del governo: “Thaci e i suoi uomini sono diventati burocrati e non si occupano delle persone. Il Governo afferma che non ha soldi ma non è vero: abbiamo calcolato che ha ancora nelle casse oltre 5 milioni di euro dagli aiuti e dalle privatizzazioni. Che cosa ci sta facendo?”

Intanto, sotto al Parlamento di Pristina, è spuntata una tenda: vi sventola la bandiera dell'Uck e da alcuni giorni vi dormono una trentina di uomini dai volti scavati e spesso solcati da vistose cicatrici. Sono ex militanti dell'esercito di liberazione del Kossovo e stanno facendo uno sciopero della fame. “Chiediamo al governo il riconoscimento da veterani e un sussidio per chi deve curare ferite di guerra”, dice il portavoce Naser, ex tecnico geometra in Svizzera. Come altri ex militanti dell'Uck, che erano immigrati negli Usa e in Italia, racconta di essere tornato in Kossovo nel 1999 per combattere l'esercito serbo. Ma dopo la guerra, l'Uck non è stato neanche menzionato nella costituzione del Kossovo. Con la conseguenza che coloro che vi hanno militato, non hanno neanche un sussidio per acquistare medicinali. Che in Kosovo non vengono offerti dal servizio sanitario pubblico, ma hanno prezzi europei: impossibili per stipendi medi che non raggiungono i 200 euro.

Così, dall'Uck, c'è chi è uscito capo del governo e chi si ritrova a fare lo sciopero della fame per un riconoscimento economico che gli permetta di curarsi. Perché sorti così diverse? Mi risponde Arkan, il giovane imprenditore incontrato al caffè Papillon: “Quegli uomini sono in sciopero della fame perché hanno smesso di lottare!” Poi mi racconta di un ragazzo che ha studiato teatro con lui e che ha ucciso molte persone. E che cosa fa ora? “Il manager!”

mercoledì 28 ottobre 2009

CRONACA DI UNO SGOMBERO Ex cartiera di Via Salaria 9 settembre 2009

ho messo insieme le foto scattate e i lanci mandati al redattore sociale durante il 9 novembre scorso. Lo sgombero non era stato avvisato e così stanze da letto e da pranzo sono rimaste bloccate nei gesti di quotidianità mattiniera che venivano compiuti durante l'irruzione.
Alla fermata del bus, bagagli in buste della spesa, biciclette per bambini portate a mano e antenne paraboliche.

Tra i 200 e i 300 immigrati, tra cui 80 membri di nuclei familiari con bambini, sono stati sgomberati questa mattina (9 settembre) dall'edificio dell'ex ente Cellulosa in via Salaria 971 a Roma. Sono circa 200 i membri delle forze dell’ordine tra polizia e carabinieri attualmente sul posto. La via Salaria è bloccata da stamattina alle 9. Ancora arredate con tutti gli effetti personali molte stanze all’interno del complesso poiché lo sgombero non era stato avvisato. "I nuclei familiari - dice il rappresentante alla Sicurezza del sindaco Giorgio Ciardi – saranno trasferiti presso un centro di accoglienza dell’arci confraternita situato in via della Primavera”. Al momento molti inquilini dello stabile, per la maggior parte provenienti da Bangladesh, Pakistan, India e Afghanistan, si stanno allontanando con i bagagli senza sapere dove andare.



Molti afgani e pakistani, circa un centinaio, titolari di protezione umanitaria del governo italiano, sono tra gli sgomberati dell'ex ente Cellulosa (vedi lancio precedente). "La domanda per accedere ai centri di accoglienza convenzionati è stata presentata": così è scritto sul cedolino datato 8 giugno 2008 del comune di Roma che Abdul, afgano di Kabul, mostra. E’ fuggito dalla guerra 2 anni fa e dall’Italia ha ricevuto l’asilo politico ma non un luogo dove stare. E’ stato 6 mesi a dormire alla stazione Ostiense, prima di venire in questo edificio un anno fa e oggi è di nuovo sulla strada. Alla fermata dell’autobus davanti all’ex ente aumentano le persone in attesa con i bagagli: sono peruviani, romeni, bengalesi, indiani, quelli che non hanno avuto amici che hanno potuto ospitarli. Victor, peruviano, è in regola con il permesso di soggiorno, è qui da 8 anni e fa il badante. Ma da quando non ha una famiglia fissa presso la quale lavorare, non può pagarsi l’affitto. Ashma, indiana, è venuta ad aiutare un amico e dice: “Se ci avvertivano, ci saremmo organizzati. Invece saremo costretti a dormire qui davanti stanotte”.





Si è concluso pacificamente nella tarda mattinata lo sgombero dell'ex Museo della Carta, struttura di proprietà della Fintecna occupato 18 mesi fa da alcune centinaia di immigrati di diverse nazionalità e da qualche famiglia italiana. La nota del comune parla di "120 persone”, ma Bachchu, il portavoce dell'Associazione "Duumchatu" che insieme al comitato "Aree ingovernabili" gestiva da un anno e mezzo l'occupazione, afferma: "Erano oltre 400: noi abbiamo tutti i nomi nei nostri registri. Tra di loro c'è anche Babul Begun, il marito di Meri Begun, la donna bengalese che nel gennaio 2007 si gettò dal balcone insieme al suo figlioletto per fuggire all'incendio divampato nel suo appartamento”. Il rappresentante della comunità bengalese aggiunge che “molti degli immigrati che sono stati sgomberati sono richiedenti asilo politico e in quanto tali non hanno un permesso di soggiorno che gli permette di lavorare. Ora, senza neanche un alloggio, che faranno? Saranno costretti a rubare?".
Nell'edificio di proprietà del ministero dell'Economia e delle finanze, oltre ai mobili e ai beni personali che le persone non sono riuscite a portare via, sono rimaste le statue e oggetti religiosi indù dei molti immigrati dell'Asia meridionale che vi alloggiavano, nonché le attrezzature di stampa di proprietà dell'associazione Duumchatu. Non vi sono state comunque resistenze allo sgombero che è avvenuto nella mattinata alla presenza di circa 200 membri delle forze dell'ordine. Alcuni autobus sono stati utilizzati per portare 81 immigrati, 20 nuclei familiari con minori, donne sole, ragazze madri e minori soli, in strutture del comune adibite all'emergenza alloggiativa. Gli uomini soli, ovvero la maggioranza, si sono assiepati con i bagagli attorno alla fermata sulla Salaria in attesa di un autobus che li portasse in una stazione o in un altro luogo per passare la notte. Perché “i centri di accoglienza sono ormai stracolmi”, dicono in coro gruppetti di afgani mostrando certificati di iscrizione ai centri del Comune, risalenti a diversi mesi fa.










venerdì 21 agosto 2009

LO SCHINDLER DI BUENOS AIRES

Giovane console nell'Argentina dei militari, salvò oltre 300 perseguitati politici del regime. Nonostante l'opposizione del governo italiano di allora, che non voleva compromettere gli interessi economici nel paese. Oggi, Enrico Calamai denuncia il ripetersi di una situazione simile nei recenti accordi tra Italia e Libia.

pubblicato anche sulla rivista VPS (Volontari Per lo Sviluppo): www.volontariperlosviluppo.it

Un dramma troppo grande. Violenze troppo estreme per portarle con sé nella vita, a trent'anni. Quindi rimosse, fino a quando, dopo tre decenni, un processo chiama a testimoniare. E allora le memorie conservate in un angolo della coscienza tornano reali, vengono riprese, analizzate e infine magistralmente raccontate in un libro. Per denunciare il male, ma soprattutto l’omertà di chi preferì non opporvisi. E’ la storia di Enrico Calamai, detto lo Schindler o il Giorgio Perlasca argentino, perché come console a Buenos Aires tra il 1976 e il 1978 aiutò a fuggire oltre 300 perseguitati politici del regime militare argentino. Nonostante l’opposizione dell’amministrazione italiana da cui dipendeva, impegnata a non incrinare i rapporti con il governo del generale Videla. Le vicende di Calamai sono riemerse nel 2000, quando divenne testimone nei procedimenti penali aperti a Roma contro i militari responsabili della morte degli italo-argentini durante il regime. “Tutti allora ricordavano avvenimenti che io avevo cominciato a considerare pazzie personali”, dice di quel periodo."Avevo vissuto da vicino, anche se non sulla mia pelle, fatti di una tale violenza da essere insostenibili”, spiega l'ex diplomatico che nel romanzo autobiografico “Niente asilo politico-diplomazia, diritti umani e desaparecidos” edito da Feltrinelli, ricorda come "ancora più delle atrocità commesse dai militari argentini", lo torturasse "l'indifferenza e la complicità dell'amministrazione dello Stato democratico italiano che mi trovavo a dover rappresentare".

Con i perseguitati politici
Ai tempi del regime argentino, Calamai lavorava a Buenos Aires nel consolato italiano, che non gode di extra-territorialità al contrario dell'ambasciata. Questa però rifiutava ogni aiuto ai perseguitati politici, in accordo con le volontà della Farnesina volte a evitare ogni scontro con le autorità locali. Tuttavia dall'ambasciata stessa, cominciò a trapelare la voce che al consolato c’era un giovane disposto ad aiutare i perseguitati del regime. Così, in molti cominciarono a rivolgersi a lui. Calamai li aiutava preparando loro i documenti per l'espatrio e organizzando la fuoriuscita dal paese in condizioni di sicurezza. Spesso accompagnandoli all'aeroporto. In alcuni casi ospitandoli nella propria abitazione e rischiando personalmente la vita. “Se lo avessero trovato insieme a noi avrebbe fatto la nostra stessa fine”, ha raccontato alla Rai Claudio Camarda, aiutato dal diplomatico quando era un giovane vivaista di Buenos Aires. Mentre l'avvocato Vanda Fragale ha affermato: “A me è stata data la vita due volte: la prima, me l’ha donata mia madre, la seconda, Enrico Calamai”.

Il valore della testimonianza
Oggi, quei procedimenti giuridici hanno portato alla condanna di diversi torturatori e assassini del regime di Videla. Nel febbraio scorso, la Corte di Cassazione italiana ha confermato la condanna all’ergastolo dell’ufficiale Alfredo Astiz, come colpevole dell’uccisione di tre italo-argentini durante la dittatura. Probabilmente l’Argentina non concederà l’estradizione di Astiz, oggi indagato anche in patria, tuttavia Calamai sottolinea il valore dei processi agli ex militari argentini, tenuti in Italia, ma anche in Spagna, Francia e Germania: “Mostrano che la magistratura argentina non è sola a giudicare e condannare persone che si sono rese colpevoli di crimini contro l'umanità. Fino al 2003, quando il presidente Nestor Kirchener ha abolito le cosiddette "leggi della vergogna" che garantivano l'amnistia agli ex militari del regime, i processi in Europa erano l’unico modo con cui i parenti delle vittime potevano ottenere giustizia. Successivamente, i processi europei sono diventati sussidiari. Ma ancora fondamentali nel sostenere la giustizia di un paese che, dopo trent’anni, affronta con enormi difficoltà le ferite del passato”.

Le “madres” e i nuovi desaparecidos
Attraverso le “madres de plaza de Mayo” e le associazioni argentine con cui continua ad essere in contatto, Calamai conosce le difficoltà che ancora si incontrano in Argentina, nei processi ai crimini della dittatura: “La situazione è difficile e pericolosa perché vi sono molti magistrati che furono nominati proprio dai militari che oggi si trovano a dover processare. Di qui complicità, omissioni e lungaggini burocratiche. Ma anche minacce all’incolumità fisica dei testimoni, dei loro avvocati e degli stessi giudici intenzionati a far andare avanti i procedimenti”. Minacce che si sono concretizzate, come nel caso del testimone–desaparecido Julio Lopez, scomparso nel 2006, il giorno della condanna di un militare al cui processo aveva testimoniato. Non fu mai ritrovato. Poi vi sono stati altri sequestri del genere, anche se poi sono stati rilasciati. “Una delle storie più inquietanti – racconta Calamai - è quella di un testimone, che subito dopo aver incontrato il proprio avvocato ha ricevuto una telefonata anonima in cui gli è stata fatta riascoltare la registrazione dell'intera conversazione avuta poco prima con il legale”. Una minaccia chiara. “Nonostante ciò –dice l’ex diplomatico- sono tutti decisi ad andare avanti”.

Prevenire i crimini di Stato
“Il principale limite di questi processi è che puntano il dito contro i militari argentini, ma non contro le complicità italiane che hanno reso possibili i crimini, lasciando in ombra il ruolo svolto dalla classe politica e dal sistema industriale dell’Italia”, dice l’ex diplomatico. “Il fatto ci sia l’avvocatura dello Stato come parte in causa, nega qualunque possibilità di autocritica da parte delle istituzioni italiane – insiste Camai – mentre solo arrivando a fare chiarezza sulle proprie responsabilità, si possono prevenire futuri comportamenti di collaborazione con autorità che si macchiano di crimini di lesa umanità”. Quindi parla del presente: “Così come trent’anni fa si chiudevano gli occhi di fronte alle atrocità commesse dai militari in Argentina perché si dava la priorità a mantenere i buoni rapporti diplomatici al fine di tutelare gli interessi economici delle nostre imprese, così oggi si chiudono gli occhi di fronte alle sistematiche crudeltà compiute nei confronti degli immigrati. In particolare di fronte a ciò che accade nei luoghi di detenzione per migranti in Libia, perché, per motivi politici, si preferisce che queste persone non arrivino in Italia”. E denuncia: “Oggi si va anche oltre: si arriva a finanziare, strutture in cui si compiono documentate violazioni dei diritti umani. Si fa in modo che non si veda, mentre nel silenzio si porta avanti una politica che, con cinismo e spregiudicatezza, viola sistematicamente i diritti dell'uomo”.

domenica 12 luglio 2009

INTERVISTA A MAMADOU CISSOKO, PRESIDENTE DELLA RETE DEI CONTADINI AFRICANI


pubblicato anche sulla rivista di VPS (Volontari Per lo Sviluppo: www.volontariperlosviluppo.it)

Occhi magnetici e ironici, un fisico imponente reso ancora più autorevole dall’abito tradizionale del Senegal. E’ una presenza carismatica, Mamadou Cissoko, il presidente onorario della Roppa, rete di migliaia di associazioni di contadini africani. E' a Roma invitato da ITALIAFRICA, rete di ONG e associazioni del nostro paese, che da anni lavora al fianco dei contadini africani nelle lotte politiche e di lobbying, per la costruzione di politiche agricole sostenibili tanto nel Nord come nel Sud del mondo.

Sorride quando gli chiedo di commentare la proposta del ministro Franco Frattini sullo stanziamento di 30 milioni di euro per un grande programma di cooperazione e prevenzione dell’immigrazione in Senegal: “Frattini non dovrebbe parlare con il governo, ma con i migranti stessi che sono i soggetti interessati!” I senegalesi che vivono in Italia sono 6000, più circa 12.000 irregolari: con il loro lavoro producono il 10 -13 per cento del Pil del Senegal. Citando questi dati Cissoko ironizza ancora: "Questa percentuale supera la proposta di Frattini, che quindi non ci conviene!” Ma poi riprende serio: “Non ci servono soldi dei paesi dell'Unione Europea, ma politiche che rendano possibile il nostro sviluppo: io non sono venuto in Italia per
ché penso l'Europa possa sviluppare l'Africa, ma per prevenire che la distrugga!”

“Oggi il Senegal è invaso da prodotti europei che, grazie alle sovvenzioni di cui beneficiano, risultano più economici di quelli africani”, spiega Cissoko. “Nei paesi africani invece i sussidi all'agricoltura sono inesistenti poiché per 20 anni Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale hanno posto l'eliminazione di qualsiasi aiuto pubblico all'agricoltura, come condizione per l'erogazione di aiuti e prestiti” continua il rappresentante di Roppa. In Africa, su una media di 247 dollari investiti per ettaro coltivato, solo un dollaro è assicurato dall'aiuto pubblico, mentre il resto deve essere fornito dai contadini stessi. Così, di fronte all'arrivo di prodotti sussidiati dalla Pac (Politica Agricola Comune) dell'Unione Europea, gli agricoltori africani non hanno altra scelta che abbandonare le campagne, riversarsi in massa nelle città in cerca di lavoro e, a volte, imbarcarsi alla ricerca di un futuro migliore in Europa. “Questa situazione – dice ancora Cissoko – è diventata ancora più complessa quest'anno con l'aumento della concorrenza di Brasile e India, che producono banane e altri beni alimentari a prezzi più bassi dei paesi africani”. Nel 2008 infatti l'Unione Europea, per adempiere agli obblighi assunti con l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), ha interrotto i rapporti economici preferenziali con i paesi Acp (le ex colonie di Africa Caraibi e Pacifico), tra cui vi sono molti Stati africani.

Per Cissoko, l'unica via per frenare la fuga dalle campagne, paradossale in tempi di crisi alimentare, è proteggere le economie africane “come ha fatto l'Europa per 50 anni” e rafforzare l'integrazione commerciale attraverso l'Ecowas e le altre organizzazioni economiche regionali del continente. “Come dice l'Ifad, sono necessari investimenti nell'agricoltura contadina – conferma Sissoko – ma soprattutto in vie di comunicazione che facilitino gli scambi tra paesi africani”. Su questa linea si inserisce l'appello della Coalizione Mondiale contro la Povertà che in occasione del vertice economico del G7, ha chiesto ai paesi più ricchi del mondo di aumentare i finanziamenti all'agricoltura (da 3,9 miliardi di dollari annui a 30), per perseguire l'obiettivo del Millennio che prevede il dimezzamento del numero di persone che soffrono la fame nel mondo. Nell'ultimo anno invece tale cifra è aumentata, raggiungendo l'impressionante cifra di 963 persone sotto alimentate. Delle quali circa tre quarti, abitano in aree rurali.

Negli ultimi anni l'agricoltura è stata trascurato dagli investimenti pubblici per lo sviluppo: se tra 1980 e 2007 i paesi industrializzati (Ocse) hanno aumentato gli aiuti allo sviluppo da 20 a 100 miliardi di dollari, negli stessi anni i fondi destinati a progetti agricoli sono scesi da 17 a 3 miliardii, la maggior parte dei quali, secondo l'organizzazione Via Campesina, non sono andati ai piccoli produttori. Un documento pubblicato dalla Campagna EuropAfrica (rete di associazioni della società civile europee e africane) sottolinea: “In Africa occidentale l'agricoltura familiare impiega il 60 per cento della popolazione attiva, occupando il 90 per cento delle terre coltivate: se fosse sostenuta adeguatamente potrebbe soddisfare la crescente domanda di cibo del continente”. “Non è la fame, a provocare la migrazione dei popoli dell’Africa occidentale, che sono per tradizione viaggiatori – conclude Cissoko - ma certo la crisi alimentare degli ultimi tempi l’ha dato nuovo impulso alla fuga”. Per porvi rimedio sarà necessario mettere rapidamente in pratica le indicazioni stabilite dalla conferenza delle quattro reti regionali di agricoltori africani (Roppa per l'area occidentale del continente, Propac per quella centrale, Eaff per l'orientale e Sacau per l'australe) secondo cui i governi africani dovranno “assicurare la protezione dei mercati locali”, ma anche “destinare il 20 - 30 per cento dei propri bilanci al sostegno delle attività agro – silvo -pastorali e della pesca”. Si chiede quindi di investire in Africa i circa 25 miliardi di dollari che la Commissione Economica Africana ha calcolato vengano spesi ogni anno per l'importazione di cibo da Europa, Cina e Americhe. Un cambiamento di rotta impossibile, dicono le organizzazioni africane, se le istituzioni dei Paesi sviluppati si opporranno. La palla passa al prossimo G8.

Per ulteriori approfondire:
(www.europafrica.info).

PACCHETTO SICUREZZA: NESSUN CONFINE POTRA' FERMARE LA NOSTRA LIBERTA'


Approvato il pacchetto sicurezza. Chi poteva dubitarne? Approvato il reato di clandestinità. Discriminatorio, anticostituzionale, contrario a ogni dichiarazione sui diritti dell'uomo ma.. per molti (troppi, purtroppo) italiani non esistono tanto i reati degli stranieri, quanto il reato di essere stranieri. Lo si vede, nella sua banalità, anche nel racconto di un post precedente "Tiburtina domenica notte e un abito di seta rossa ricamato in oro".


















Ma se loro sono la maggioranza, noi che ci opponiamo siamo sempre più determinati, uniti e forti, nella nostra rabbia. Queste sono alcune foto scattate a una manifestazione anti - pacchetto sicurezza qualche mese fa.

domenica 28 giugno 2009

DAL PERU' ALL'IRAN, PROFUMO DI LIBERTA'

Indigeni che scendono in piazza in Peru', ragazzi che urlano la loro rabbia alle telecamere, nonostante la violenta repressione. Giovani iraniani che, per sfidare un esercito che credeva di averli sedati, manifestano di notte. Senza cellulari, senza connessione internet, senza certezze, senza protezioni.

Diversissimi gli obiettivi dei due movimenti: libertà dall'espropriazione di terre a favore di multinazionali il primo, dall'oppressione di un governo ultrareligioso il secondo. Ma una sola energia. Quella di fronte alla quale i beni materiali non contano più. Perchè in quei paesi se ti ribelli, metti in gioco la prima e unica delle materie che veramente che possiedi, il tuo corpo. E lo sai, che per aver partecipato a quel corteo, potrai o giacere morto, torturato o imprigionato per anni.

Ma accade che prevalga un desiderio più forte del mangiare, del dormire e del riprodursi. Un diverso istinto di sopravvivenza. Quello che ci distingue dalle bestie. Non esiste solo in Iran e Perù. Anche se non hanno grande attenzione dai nostri media, molti paesi dell'Africa hanno forti movimenti di opposizione a dittature e governi autoritari e migliaia (migliaia!) di morti nelle proteste ad ogni elezione truccata. Un esempio, l'Etiopia: circa 3.000 morti dopo le elezioni del 2005 ( e circa 30.000 prigionieri politici nello stesso periodo).

Oggi molti ragazzi originari di questi paesi faticano ad ottenere l'asilo politico in Italia. Spesso non gli viene concesso neanche consegnando tutti i documenti e le prove necessarie. Invece che accoglienza gli viene offerto disprezzo, a volte violenza, se va bene tolleranza. Da parte di chi non metterebbe a rischio un dito del proprio corpo. Di chi non ha un briciolo di quel coraggio. E a volte penso, forse è proprio questo il punto. Chi, in questo paese, ricorda cos'è quel sentimento? La passione politica, il profumo di libertà?

domenica 31 maggio 2009

TIBURTINA DOMENICA NOTTE E UN ABITO DI SETA ROSSA RICAMATO IN ORO

E' stato un bel we, anche se con i 55 minuti di ritardo del treno da firenze, abbiamo fatto appena in tempo a perdere l'ultima metro. Sotto la pioggerella di questo fine maggio, umido ma non freddo, con l'amico Ale ce la siamo fatta pure prendere bene ad attendere il notturno nella piazza della stazione Tiburtina. Ma passa il bus 2, subito dopo ne passa un'altro e sono tutti verso Anagnina, noi cerchiamo quello per la direzione opposta che passa il tempo e ancora non arriva. Per fortuna che c'è questo tizio tondarello, con il cartellino della tv Sky che comincia a chiamare l'Atac per lamentarsi, chiedere quando passa il prossimo, perchè il servizio non va.. Comunque non se lo sono filati molto e così siamo rimasti tutti e tre seduti sulla panchina coperta ad ammirare il cavalcavia e a voltarci ad ogni motore che si avvicinava, per una buona mezzoretta. Qualche commento con il tizio ce lo siamo scambiati, ma niente di che, fino al momento in cui, come d'incanto, sono apparse due ragazze orientali con sgargianti abiti tradizionali rossi ricamati in oro, ad illuminare la desolante visione di piazzale tiburtino by night. Accompagnate da altri parenti in abito da cerimonia. Ale si è ricordato che oggi si chiudeva la settimana del capodanno bengalese. "Sembrano di un circo", ha commentato il panzone vicino a noi, subito seguito da una mia risposta stizzita "Sono allegri invece, mica tristi come altri!" "Chi, altri?!"
"Ehm, ma tu lavori a Sky, vero?", è subito intervenuto Ale, per sviare la conversazione, conoscendo la mia irritabilità su certi argomenti. La domanda sul lavoro non è servita ad evitare la frase tipica, il tam tam quotidiano "questi stranieri devono tornare a casa loro!". Poi ci ha raccontato che in puglia lavorava in un call center di proprietà di un'indiano, "che chissà come se lo era potuto permettere" (perchè, com'è ovvio, un indiano deve per forza arrivare in Italia morto di fame..). Comunque, un' amica sua aveva fatto un furto nel call center e poi era scomparsa. Non trovandola più, l'indiano ha denunciato lui: "sono maligni e vendicativi", ha concluso. "E va beh, come molti italiani", dico io, però se se ne tornano in India tu ch'avevi manco quel misero lavoretto!" A quel punto si è inserito un ragazzetto africano, pure lui in attesa alla fermata: "E voi, pensate un po' a Berlusconi agli imprentitori italiani e alle banche che rubano!!.." "Ma quelli almeno sono italiani!", ha risposto, con aria di dire la cosa più logica e scontata del mondo, il tipo di Sky.

Tutto ciò mentre la bella indiana elegante continuava a chiacchierare con i genitori, ingnara del dibattito che aveva innescato. Fino a che, finalmente, è arrivato questo famoso 2 notturno. E come una piccola, misera italia in miniatura, ci ha portati tutti a casa.

martedì 19 maggio 2009

SE ENEA ERA UN RIFUGIATO E REMO UCCISE ROMOLO PER PREVENIRE UN COLPO DI STATO


Sabato scorso ho fatto un giretto alla notte bianca dei musei. Lo devo dire, ho sentito nostalgia per le notti bianche veltroniane, che erano allegre e colorate, mentre questa di Alemanno è una notte in bianco nel nero e molto retorica. Quando poi sui palazzi della piazza del Campidoglio, sono stati proiettati a rotazione i volti degli imperatori romani, la retorica sull'antica Roma ha per me raggiunto il limite..
Comunque, il fatto di esserci andata con Maws, che viene da lontano e che tuttavia con quelle storie antiche è molto più a suo agio di me, ha dato un senso a tutta la serata. Date le file inaffrontabili in altri musei più attraenti, a Piazza Venezia abbiamo fatto un giro al museo sul "Natale di Roma". Così, sui pannelli esplicativi, ho riletto la storia di Enea: nobile greco, figlio di Venere, parteciò alla guerra di Troia (Asia minore, oggi Turchia), in quanto nipote, per parte di padre, di Priamo re dell'antica città. Qui si distinse come valorosissimo guerriero ma dovette fuggire e le infinite peregrinazioni descritte nell'Eneide si conclusero solo con lo sbarco nel Lazio dove sposò la principessa Lavinia e dalla lora discendenza fu creata Roma. Chi se non un rifugiato è questo eroe celebrato nel museo dell'altare della patria?

Ma la vicenda più divertente è venuta con la storia di Romolo e Remo. Al vedere la lupa ho cercato di raccontare la leggenda dei due gemelli a Maws, prima di scoprire che non me la ricordavo affatto mentre invece lui ce l'aveva fresca della scuola d'italiano che frequenta. Così ha cominciato a raccontarmi, in modo appassionato, la storia di Rea Silvia, discendente di Enea e obbligata a divenire vestale, quindi casta, che però il dio marte possiede e rendendola madre di due gemelli destinati a fondare Roma: "Poichè erano due gemelli, a decidere il luogo dove costruire Roma e il suo primo re, dovevano decidere gli dei: alla prova degli uccelli vinse Romolo". Maws mi ha poi spiegato il perchè Romolo, subito dopo uccise il fratello: "Voleva evitare, come.. un colpo di stato!".
Già, ho pensato. E mi sono ricordata che nel paese di Maws, il Togo, neanche un mese fa, il dittatore è quasi stato tolto dal potere dal suo proprio fratello. La loro famiglia è al potere da oltre 40 anni ed ha già compiuto moltissimi delitti contro la vita e la libertà.

Maws, con la sua esperienza, ha dato concretezza alla storia delle origini di Roma, che da sempre considero, semplicemente una favola.

giovedì 14 maggio 2009

MENTRE "CON LA FIDUCIA" SI APPROVA IL PACCHETTO SICUREZZA




Ieri, la Camera, con 316 voti a favore e 258 contrari ha votato la fiducia posta dal Governo sull’approvazione del suo decreto già approvato dal Senato, recante Disposizioni in materia di sicurezza pubblica. Ora il testo dovrà tornare al Senato per l’approvazione definitiva, dopo le modifiche apportate in aula. In sede di Commissione infatti era stata stralciata dal pacchetto la contestata norma sui medici-spia e reitrodotte le ronde ed il prolungamento fino a 180 giorni della permanenza nei Cie.

Questo pacchetto sicurezza viene votato con la fiducia degli italiani, oltre che con quella posta dal governo. Se si guarda le tabelle Ipsos, il 65 per cento degli italiani sono favorevoli ai respingimenti in Libia dei migranti diretti a Lampedusa. Per me non è una sorpresa: basta guardare i commenti alle notizie sull'immigrazione pubblicati da qualsiasi giornale (non solo Libero, ma anche Ilcorriere, fino ad arrivare ad Aprile.it). La disumanità è normalità oggi, è dichiarata come fosse senso comune.

Ma vogliamo guardare anche agli spiragli di umanità che vanno controvento e che hanno, comunque portato alcuni risultati:

L'eliminazione della norma sui medici-spia e di quella sui presidi-spia, di cui si è trattato a lungo in questo blog, è il risultato della lotta di centinaia associazioni di medici e non, religiose e non, (da medici senza frontiere a S. Egidio), da pressioni internazionali ma anche del buon senso dimostrato da parlamentari della maggioranza (dalla Mussolini a Fini). E' frutto, anche, della consapevolezza che una tale norma potrà essere pericolosa per la salute degli stessi italiani, in fondo consapevoli che l'immigrazione è un fenomeno inevitabile. Ma non solo. Credo che questi interventi, siano stati anche dettati dal senso di umanità che ancora resta, se pur nascosto, nelle menti degli italiani e che i politici si trovano a dover rappresentare.

Raro e per questo prezioso. Da tutelare, con interventi che promuovano la difficilissima integrazione di persone, come quelle che sbarcano a Lampedusa, che vengono dalla guerra, dalla violenza, spesso non hanno una formazione professionale adeguata alla già difficile ricerca di un lavoro. E' vero che il diritto d'asilo è sacro, ma anche che centinaia e centinaia di persone, dopo essere accolte devono essere aiutate ad integrarsi. Altrimenti c'è il panico. E la paura e le strumentalizzazioni politiche..

Restano nel pacchetto sicurezza norme gravissime e disumane:
(metto i punti principali dell'ottima sintesi presa dal sito www.meltingpot.org)

1) Matrimoni e cittadinanza italiana
L’introduzione dell’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per chi si vuole sposare. Niente più matrimoni quindi neppure tra "irregolare" ed "irregolare", che non comporterebbe nessun tipo di "regolarizzazione";

2) Ingresso e soggiorno irregolare
Si introduce il reato di ingresso e soggiorno irregolare ma senza che questo comporti l’immediata incarcerazione. E’ prevista un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro. Inoltre è prevista la possibilità di rimpatrio senza il rilascio del nulla osta da parte dell’autorità competente;

3) Iscrizione anagrafica
Le istanze di iscrizione o di variazione della residenza anagrafica, potranno dar luogo alla verifica, da parte degli uffici comunali competenti, delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile, ma solo ai sensi della normativa sanitaria vigente. Andrà ad intaccare i diritti dei cittadini migranti, dei comunitari e degli stessi cittadini italiani, con conseguenza a catena sulla possibilità di accesso agli asili nido, alle prestazioni di sostegno al reddito, etc et etc;

4) Visto d’ingresso per ricongiungimento familiare
Non sarà più possibile richiedere il visto di’ingresso se il nulla osta non verrà rilasciato dopo 180 giorni dal perfezionamento della pratica. Svanisce così anche l’unica possibilità di garanzia del diritto all’unità familiare prevista per far fronte alle lentezze burocratiche;

5) Esibizione del permesso di soggiorno
Si introduce la necessità di esibire il permesso di soggorno per tutti gli atti di stato civile. Ciò significa che anche il semplice ma sacrosanto diritto di riconoscere un figlio, per chi è privo di passaporto, verrà sottoposto al filtro della richiesta del permesso di soggiorno. Una deroga, oltre a quella già prevista per l’assistenza sanitaria, sarà concessa per l’iscrizione dei minori a scuola.

I cosiddetti servizi di money transfer avranno l’obbligo di richiedere il permesso di soggiorno e di conservarne copia per dieci anni. Inoltre dovranno comunicare l’avvenuta erogazione del servizio all’autorità competente nel caso riguardi un soggetto sprovvisto di permesso;

6) 180 giorni di detenzione nei Cie
Si reintroduce dopo la bocciattura del Senato e quella della Camera nell’ambito della discussione sul decreto legge n. 11, il prolungamento dei tempi di detenzione nei Cie fino ad un massimo di 180 giorni;

7) Un contributo da 80 a 200 euro
Per tutte le pratiche relative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno si dovrà versare questo contributo economico;

8) Favoreggiamento ingresso irregolare
Vengono inasprite tutte le norme legate al favoreggiamento dell’ingresso irregolare, non vengono invece minimamente toccate le sanzioni per quanto concerne gli sfruttatori. Chi, nello sfruttamento di situazioni di soggiorno irregolare, trarrà un ingiusto profitto (chi impiega lavoratori irregolari sottopagati) non vedrà quindi aggravata la sua situazione.


Vignetta da: http://zarpa-vignette.blogspot.com/

domenica 19 aprile 2009

ciao Pristina!


Oggi ho avuto modo di girarti per bene. Senza inseguire bus da prendere, persone da intervistare o luoghi da vistitare. Oggi ho potuto osservare con calma i tre minareti in fila nel tuo quartiere vecchio e farmi contagiare dalla tranquillita' dei tuoi anziani che assaporano i raggi del sole nella veranda della moschea, oppure chiacchierano vicino alla fontana di marmo che le e' accanto. Ho potuto osservare il kebabbaro (quebabtore!) cuocere i chevapi e le salsicce fumanti, prima di condirle con il vostro tipico peperone e i pomodori. Con la telecamera ho finalmente collezionato le insegne piu' divertenti che ti sono spuntate addosso negli ultimi anni: bar "Boss", restaurant "Boston", parrucchiere "Amore" e molte molte altre, anche migliori che ora non ricordo. Ho girato di nuovo tra i bar e i caffe' alla moda, che ti fanno assomigliare a una Milano chic e snob, mille miglia lontana dalle campagne poverissime che invece ti circondano. Sono anche ripassata, naturamente, dal quartire Un, Osce, Eulex (e chi piu' ne ha piu' ne metta..), situato tutto intorno alla Police street. Ho sbuffato ancora una volta alla vista di tante tante tante fuoristrada e suv di lusso e ho pensato di nuovo a tutti i contrasti, i traffici e le ingiustizie che rappresenti oggi.
Ma, risalendo la collina verso la guesthouse, sono rimasta incantata dai grappoli di fiori bianchi dei tuoi alberi in questa stagione, che si riflettono nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia insieme ai tetti delle tue case ben fatte, come delle baite. E, con i bambini che giocavano intorno, quei tetti mi hanno rimandato ad un cielo bianco, che non so descrivere, con addensamenti che rimandano al grigio, al viola, al celeste..


Nella foto (di Alessia Leonello): Io e Marco in un caffè di Pristina

sabato 18 aprile 2009

KOSOVO: GUERRE NASCOSTE TRA PONTI E MONASTERI

Prima di riimmergermi nella follia romana, vi racconto un po' di quella balcanica..
Allora, stasera i serbi celebrano la Pasqua ortodossa, e nei meravigliosi monastesteri sparsi in questa terra grande piu' o meno quanto l'Umbria, le cerimonie andranno avanti dalla mezzanotte fino alla mattina di domani. Speriamo vada tutto bene, visto che i serbi sono una minoranza, diciamo poco amata in questa ex regione della Serbia a maggioranza albanese e musulmana, che da un anno ha proclamato l'indipendenza. Comunque dovrebbe filare tutto liscio visto che qui ogni monastero e' presidiato notte e giorno da camionette della Kfor (militari Nato in Kosovo). Incredibile no? Ma verissimo: molte chiese e i monasteri, simbolo delle radici serbe di questa terra sono state fino a qualche anno fa, assaltate e bruciate da gruppi di albanesi (che, a loro volta, pochi anni prima erano stati perseguitati dalla pulizia etnica di Milosevich). Solo i soldati hanno pototuto proteggere gli affreschi medioevali che ricoprono l'interno dell'imponente monastero di Decani, il piu' importante tra questi luoghi sacri ( tra l'altro guidato da un ganzissimo padre Sava, ex leade di un gruppo rock serbo), e comunque, i vetri antiproiettili della cabine dei militari appaiono disegnati da raffiche di mitragliate.

Stasera noi non andiamo piu' alle cerimonie (non perche' spaventati dalle 4-5 ore di funzione!! :-)) per un incidente, (per fortuna non grave), capitato alla mia compagna di viaggio.. e, in realta', ve lo vorrei raccontare perche' aiuta bene a spiegare qual'e' la situazione qui. Insomma stamattina siamo andati a Mitrovica che e' la citta' del nord del Kosovo intorno a cui si concentrano i circa 100.000 serbi che ancora abitano questo paese. In realta' la citta' e' divisa a meta': la parte a sud del fiume Ibar e' albanese, quella a nord e' serba. In mezzo, sul ponte, ci sono (indovinate?) i militari della Kfor. Noi stamattina lo abbiamo attraversato, passando dalla parte albanese a quella serba. Il che vuol dire passare da stradine rumorose con negozietti in stile turco e parecchia spazzatura nelle strade, a vie squadrate, pulite e silenziose. Significa spostarsi da un'atmosfera euforica ad una nervosa, impaurita, in cui anche i ragazzi non vogliono farsi fotografare. L'attraversamento e' poi ben segnalato graficamente: si lasciano drappi rossi con l'acquila albanese esposti in ogni balcone, vetrina o edificio pubblico (insieme alla bandiera kosovara e a quella americana) e si trovano tricolori serbi esposti in giro, a volte insieme a cartelli che tuonano "Kosovo e' Serbia". Diciamo che nell'intento di fotografare questo contrasto la mia amica, (capita..) si e' presa una forte storta. E diciamo che nella sfiga eravamo contenti che fosse capitato proprio nella parte "precisa" della citta'. Infatti subito l'ambulanza l'ha portata all'ospedale, fatto lastre (per fortuna niente di rotto) e fasciatura in un'ora e poi chiamato il taxi per tornare. Ora c'era solo il problema che il taxi serbo arriva solo fino al fiume: come tutte le macchine anche dall'altra parte, l'attraversamento e' tabu! E praticamente impossibile: "Certo che dovete attraversare il ponte da soli!", mi ha detto l'infermiera che aveva appena finito di mettere una specie di gesso alla mia amica, che evidentemente non poteva camminare. Alla fine nell'attraversamento ci ha simpaticamente accompagnato polizia kosovara. A parte il gesso e naturalmente la scocciatura, tutto a posto alla fine per noi, pero', che storie ..

Foto di Alessia Leonello: militare italiano saluta un monaco nel monastero di Decani

venerdì 17 aprile 2009

Ritratti dal Kosovo


Stasera il vecchio pc dietro alla porta della mia stanza in questa scalcinata guesthouse di Pristina, miracolosamente funziona e allora, ho pensato di aggiornarvi con qualche riga sul mio soggiorno kosovaro. Pero' non vorrei annoiarvi, con varie considerazioni e riflessioni sul paese del conflitto etnico. Anche perche' qui e' davvero difficile prendere una posizione. Provo a a raccontarvelo solo con brevi ritratti di alcuni personaggi chiave finora incontrati:

1) MOHAMMED, L'EX GUERRIGLIERO UCK: Alto, occhi grandi e grigia barba lunga. Gile' nero e pantaloni militari e, a sorpresa, un'accento yankee. Il fatto che parli inglese, lo rende, con noi stranieri, portavoce di una trentina di connazionali, da tre giorni stabiliti in una tenda montata davanti al parlamento kosovaro, nella piazza principale di Pristina. Ci parla davanti al drappo rosso su cui si staglia l'acquila nera, che oltre ad essere la bandiera dell'Albania, e' anche il simbolo dell'Uck, il gruppo guerrigliero che, con il sostegno degli Usa, ha portato la maggioranza albanese al potere nell'ex regione serba del Kosovo. "Finita la guerra quelli al potere si sono dimenticati di noi", dice indicando gli uomini ammassati dentro la tenda. Dietro di lui volti incavati, segnati, malati. Volti di giovani vecchi, insieme pietosi e spaventosi. "La guerra e' guerra, nessuno la vuole - ci dice - io collaboro con l'associazione di madre teresa di Calcutta, sono stato in Vaticano... Quando nel 1999 ho visto cio' che Milosevic stava facendo agli albanesi del Kosovo, non ho resistito e ho lasciato il mio lavoro negli Usa e sono venuto a combattere qui... Ora che abbiamo l'indipendenza mi ritrovo, come tutti loro, senza nulla, senza un riconoscimento, senza diritti, senza cure per le ferite che la guerra ci ha lasciato..."

2) ARTAN, IL PRODUTTORE CINEMATOGRAFICO: Voce impostata, volto abbronzato, camicia e golf blu. Sorriso stampato da Berlusconi balcanico. Entra sicuro nel caffe' alla moda e sfoggia il suo italiano quasi perfetto. Racconta che a Roma ha tenuto una serie di seminari, ma non si riesce a fargli dire in quale scuola o universita'. Artan e' albanese ma e' venuto qui in Kosovo dopo la guerra. Si perche' il Kosovo sara' pure un paese con il 70 per cento di disoccupazione, ma per la gente che ha gia soldi e iniziativa e' un posto parecchio attraente. Anche se dai dati ufficiali il paese ha un'economia praticamente ferma, il centro delle citta' principali pullula di locali e caffe' raffinati e moderni. Oltre agli ingenti aiuti internazionali, c'e' un'economia informale parecchio fiorente. Comunque Artan lavora nello spettacolo e mi racconta che anche lui ha molti amici che hanno combattuto nell'Uck. Uno di loro per sempio pare abbia ucciso parecchie persone. Gli chiedo se e' per caso nella tenda in piazza e lui "Noo, il mio amico ora e' manager!".

3) BACOL, IL TASSISTA: Anche lui ha un volto segnato, un occhio che resta sempre socchiuso da chissa' quale indidente, pur se non ha fatto la guerra in nessun esercito, ma semplicemente rinchiuso in carcere, senza motivo. Bacol mi ha fatto da guida nella visita all'ospedale di Pristina e girando tra edifici, corridoi e dipartimenti, mi ha raccontato un po' della sua storia. Parla italiano perche' ha lavorato in qualche anno vicino Udine come autista per un'azienda italiana. Quando questa e' fallita una donna che conosceva gli ha trovato un lavoro, gli avevano detto che l'avrebbero preso in un'altra sociea' dopo 15 giorni. Ha pensato allora di tornare a trovare la famiglia qui in Kosovo. Brutta idea perche' in quegli anni, 1990 era intanto scoppiata la pulizia etnica di Milosevic e allora il suo viaggio si e' fermato in Croazia, dove i poliziotti serbi lo hanno arrestato, come spia italiana, e chiuso in carcere per due anni. Dopo di che e' tornato in Kosovo dove ha iniziato a guidare, questa volta un taxi sgangherato. Ma senza mai riparlare con quella donna, senza sapere se da quegli anni di lavoro potrebbe ottenere una piccola pensione. Allora e'stato emozionante oggi trovare quel numero di telefono, insieme sulle pagine bianche.

Foto di Alessia Leonello: Mohammed, ex guerrigliero Uck davanti al tendone degli scioperanti

mercoledì 8 aprile 2009

DA LAMPEDUSA ''Solidarietà per le vittime del terremoto"

Non si fermano gli scioperi della fame dei migranti detenuti nel Cie (Centro di Identificazione e Espulsione) di Lampedusa. Ma da quel luogo di disperazione è sbocciato uno striscione di solidarietà dedicato alle vittime di un'altro dramma. Più su nello stivale, in Umbria.''Solidarietà per le vittime del terremoto": scritto con un pennarello su un lenzuolo. E' lo striscione che sventola dalle finestre del Cie di Lampedusa, come ha fatto sapere ieri l'Oim (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni.

lunedì 6 aprile 2009

NOI, ABITANTI DELLA CITTA' DEI SOGNI

La città dei sogni è un luogo fatto di molte voci, dove l'identità singolare e unitaria è un'illusione. Naturalmente, Obama è nato lì. E anch'io. Quando uno porta la propria molteplicità stampata in faccia, tematizzata in maniera quasi troppo ovvia, nel dna, nei capelli e nel beige della pelle, beh, si vede subito che viene dalla Città dei Sogni.

E' il tipo di città, dove le persone saggie dicono "io", con grande cautela, perchè "io", sembra un fonema troppo diretto e singolare, per rappresentare la vera molteplicità della loro esperienza. Gli abitanti della Città dei Sogni preferiscono usare il pronome collettivo "noi".

Nel corso di tutta la campagna elettorale Obama è stato sempre attento a dire"noi". Ha mostrato una palese diffidenza per la parola "io". Non stava semplicemente evitando una singolarità che non sentiva: ci stava attirando al suo fianco. Aveva l'audacia di lasciare intendere che, anche se non si capisce dalle loro facce, la maggior parte delle persone viene dalla Città dei Sogni. Quasi tutti abbiamo alle spalle storie complicate, un passato caotico, una molteplicità di narrazioni.

da "Le mille voci di Obama" di Zadie Smith, scrittrice anglo-giamaicana,
su Internazionale 3/4/2009



giovedì 2 aprile 2009

RIFUGIATA DENUNCIATA2: VERO O NO?

Stamattina mi son svegliata con Radio24 che intervistava il direttore del Fatebenefratelli di Napoli, il quale si diceva stupito di tutte le telefonate e mail ingiuriose arrivate dopo la notizia. Il medico affermava che il fax inviato dai responsabili dell'ospedale non era una denuncia ma una richiesta di identificazione al commissariato, solo una precauzione per la sicurezza del bambino. Un atto che fanno sempre. Che sia stato dato effettivamente un'allarme ingiustificato? Mi sono chiesta. Oppure le parole del medico erano semplicemente un modo per uscire dall'imbarazzante immagine di "ospedale di delatori". Ho poi letto su Aprile.it un'articolo del dottor Salvatore Geraci, presidente della Società Medicina delle Migrazioni, che afferma come il fax inviato al commissariato di polizia di Posillipo chiedendo "un urgente interessamento per l'identificazione di una signora di Costa d'Avorio", non sia altro che "una denuncia". E lui, che da mesi si occupa della legge ora in discussione alla camera, è affidabile sul tema. Questo il link:

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11663.

Concludo quindi postando l'appuntamento "SIAMO TUTTE CLANDESTINE", oggi 3 aprile ORE 17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche Sociali (via Veneto 56, metro Barberini)
Non amo le cose femministe, ma le ragioni in quanto affermano qui, ci sono tutte:

Presidio di solidarietà a Kante, la donna ivoriana denunciata come
clandestina da un medico dell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli dove è
andata a partorire

Evidentemente uno o più operatori sanitari, resi troppo zelanti dal loro
razzismo, si sono sentiti in dovere di applicare una legge ancora prima che
fosse approvata.

Il 4 febbraio scorso, infatti, il Senato ha varato il cosiddetto Pacchetto
Sicurezza (ddl 733), che contiene, tra l'altro, una modifica all'articolo
35 del Testo Unico sull'Immigrazione (Dlgs 286-1998) che elimina la
garanzia, per gli irregolari che vanno a curarsi, di non essere segnalati
da parte dei sanitari. Un vergognoso provvedimento che impedisce di fatto
ai cittadini stranieri, non in regola con il permesso di soggiorno, di
accedere alle prestazioni sanitarie.

Ancora una volta repressione e controllo giungono sin dentro le corsie
degli ospedali dove dovrebbero essere garantiti diritti universali come
quello alla salute e alle cure!!

Nell’ospedale Fate bene fratelli di Napoli, a Kante è stato sottratto il
bambino impedendole persino di allattarlo per i 10 giorni che ci sono
voluti per dimostrare che era in attesa del riconoscimento dell’asilo
politico. Cosa succederà nei
casi di espulsione di una donna immigrata? Che fine faranno i bambini
“clandestini”? Quante saranno le donne che pur di evitare
l’espulsione o di vedersi portare via il bambino ricorreranno ai circuiti
illegali per partorire o abortire rischiando la morte? Kante purtroppo non
è neanche la prima vittima, appena due settimane fa Joy Johnson, una
nigeriana di appena 24 anni moriva di tubercolosi per la paura di essere
denunciata qualora si fosse presentata in ospedale per farsi curare.

Se questa legge viene approvata definitivamente, nonostante le proteste
della maggioranza dei medici italiani, non solo gli immigrati irregolari
rischiano la segnalazione e l’espulsione per il solo fatto di ricorrere a
cure mediche, ma in caso di parto sarà impossibile anche la registrazione
anagrafica del bambino!

Ancora una volta il corpo delle donne viene utilizzato come pretesto per
giustificare leggi repressive. Non è un caso che proprio il pacchetto
sicurezza sia stato approvato strumentalizzando gli episodi di violenza
contro le donne degli ultimi mesi. Sull’onda del clamore mediatico creato
ad arte intorno a questi stupri si è voluto far credere che gli unici
responsabili della violenza contro le donne sono gli immigrati. Una
menzogna: 142 donne sono state uccise nel 2008 e centinaia di migliaia
quelle picchiate e violentate dai loro mariti, fidanzati, amici. Che
c’entrano gli immigrati? Aumentare la paura dello straniero, la
diffidenza e l'odio serve solo a nascondere i veri responsabili della
insicurezza dei cittadini: i poteri forti che creano la precarietà, che
tagliano i servizi sociali, che licenziano, che fanno degradare i nostri
quartieri.
Contro pacchetti sicurezza e norme xenofobe che ci vogliono distinguere in
cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che
SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE! QUESTE MISURE NON DEVONO PASSARE!

Presidio
Venerdi 3 APRILE '09
ORE 17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche Sociali
(via Veneto 56, metro Barberini)

RETE - FEMINISTE DI ROMA

mercoledì 1 aprile 2009

RIFUGIATA DENUNCIATA DOPO IL PARTO A NAPOLI

Una donna con diritto di protezione internazionale. Le avevano ucciso il marito nel sangiunoso conflitto civile della Costa d'Avorio. La fuga era stata una decisione dolorosa e sofferta, non una scelta di vita, un'avventura per migliorare lo stato economico e sociale. Se non darlo a lei, a chi l'asilo politico? Eppure la commissione territoriale italiana per l'esame della domanda di asilo le aveva rifiutato ogni protezione. Lei aveva però avviato la procedura per il ricorso. Non era clandestina in Italia, quindi. Ma non è bastato. I medici del Fatebenefratelli di Napoli l'hanno fatta partorire, poi hanno preso un fax e l'hanno denunciata. Ancora non c'è la legge che permette la denuncia degli irregolari, oltre al fatto che la donna non lo era. L'episodio mostra che non è vero, che i medici non denunceranno. Molti, non vedono l'ora.

La vergogna è immensa, immensa. Ma proprio il profilarsi di un caso come questo aveva convinto la Mussolini (ne avevam parlato in un post precedente) a intraprendere un'azione contro l'approvazione della legge vergogna che permette ai medici di denuciare gli immigrati irregolari. Spero che questo caso serva d'avvertimento a tutti i parlamentari, che sono donne e uomini, madri e padri, oltre che politici.


Ecco l'articolo di La Repubblica Napoli:
Clandestina denunciata dai medici dopo il parto al Fatebenefratelli

Un fax alla polizia contro una madre clandestina della Costa d'Avorio. Ma la contestata legge non è ancora in vigore

Ora Abou sorride in una culla povera, dentro le case-alveare per immigrati clandestini o regolari di Pianura. È un neonato nero che non sa di avere ventisei giorni di vita e, alle spalle, già un'amara esperienza del mondo. Abou è il volto di un caso politico e sociale. Forse la prima volta in Italia in cui una norma - quella voluta dalla Lega nel pacchetto sicurezza, quella che invita i medici a denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno: ma a tal punto controversa da avere spaccato persino i compattissimi deputati del Pdl - è stata applicata prima ancora di diventare tale.

"Un caso illegittimo, gravissimo", denuncia l'avvocato napoletano Liana Nesta. "Delle due l'una - aggiunge il legale - o nell'ospedale napoletano Fatebenefratelli c'è un medico o un assistente sociale più realista del re che ha messo in pratica una legge non ancora approvata dagli organi della Repubblica; oppure qualcuno ha firmato un abuso inspiegabile ai danni di una madre e cittadina". Una storia su cui promettono battaglia anche gli operatori dell'associazione "3 febbraio", da sempre al fianco degli immigrati, anche clandestini, per le battaglie di dignità e rispetto.

La storia di Abou e di sua madre K. è il percorso sofferto di tante vite clandestine, costantemente in bilico tra vita e disperazione, morte e rinascita. K. è vedova di un uomo ucciso, quattro anni fa, dalla guerra civile che dilania la Costa d'Avorio e la sua città di Abidjan. Rifugiatasi in Italia nel 2007, inoltra subito richiesta di asilo politico, che le viene negato due volte: e attualmente pende il ricorso innanzi al Tribunale di Roma contro quella bocciatura.

Intanto, stabilitasi a Napoli, K. si innamora di un falegname di Costa d‘Avorio, resta incinta, si fa curare la gravidanza difficile presso l'ospedale San Paolo, con sé porta sempre alcuni documenti e la fotocopia del passaporto, trattenuto in questura per un'istanza parallela di permesso di soggiorno, non ancora risolta.

Quando - il 5 marzo scorso - K. arriva all'ospedale Fatebenefratelli per partorire il suo bimbo ("al San Paolo non c'era un posto"), dal presidio sanitario scatta un fax verso il commissariato di polizia di Posillipo che chiede "un urgente interessamento per l'identificazione di una signora di Costa d'Avorio". Ovvero: la denuncia. Esattamente ciò che la contestatissima norma - voluta dalla Lega nell'ambito del pacchetto sicurezza, e già approvata al Senato - chiede. Proprio il nodo che ha provocato il dissenso di un centinaio di deputati del Pdl, lo scorso 18 marzo. In testa, la deputata Alessandra Mussolini, che guidava la rivolta con un esempio-limite: "Far morire una donna clandestina di parto perché non può andare in ospedale altrimenti i medici la denunciano? Eh, no. Inaccettabile".

Aggiunge l'avvocato Nesta: "Siamo di fronte a un'iniziativa senza precedenti. Non è mai accaduto che una donna extracomunitaria, che si presenta al pronto soccorso con le doglie, ormai prossima al parto, venga segnalata per l'identificazione", spiega pacatamente Liana Nesta. E aggiunge: "Come se non bastasse, K. non ha potuto allattare suo figlio nei suoi primi giorni del ricovero: lo ha visto per cortesia di alcuni sanitari che glielo hanno adagiato tra le braccia, ma non ha potuto allattarlo". La Nesta è una legale impegnata da anni nelle rivendicazioni dei diritti essenziali, al fianco di immigrati o di parenti di innocenti uccisi dalle mafie. L'ultima condanna, in ordine di tempo, la Nesta l'ha ottenuta a dicembre scorso, come avvocato di parte civile, per i killer di Gelsomina Verde, la ragazza innocente assassinata e poi data alle fiamme dai sicari di Scampia. Un'altra fragile vita per la quale invocare giustizia.
(31 marzo 2009)

martedì 31 marzo 2009

LA TRAGEDIA LIBIA

Quattro imbarcazioni con a bordo centinaia di migranti, dirette dalla Libia verso l’Italia, sembrano essere naufragate. Pare ormai certo che almeno due delle imbarcazioni siano affondate.

I guardacoste di Tripoli stanno ancora conducendo ricerche in mare.Finora, secondo il ministero dell’Interno libico, almeno 23 persone sono state recuperate ancora in vita, mentre altre 21 sono state ripescate troppo tardi.Nonostante il ripetersi di tragedie come questa, il flusso di disperati che cercano di attraversare il Mediterraneo non accenna a rallentare.
(Fonte: Peacereporter)

Notizia che sa di tragedia annunciata, mentre il ministro Maroni afferma: "Dal 15 aprile, il problema sarà risolto: niente più sbarchi di clandestini!" A metà del mese prossimo entrerà infatti in vigore l'accordo con la Libia sul pattugliamento congiunto della sponda sud del mediterraneo. Una data imminente, forse la causa dell'affrettata decisione di partire per tanti barconi.

La giusta contro risposta alla tragedia è nel comunicato dell'associazione Centro Astalli: "C’è un’umanità che chiede all’Europa aiuto e protezione da guerre e sanguinose dittature alla quale non si può restare indifferenti. È indispensabile creare un canale umanitario, sicuro e fuori dai traffici clandestini che permetta di esercitare il diritto d’asilo. Ancora una volta le politiche cosiddette di sicurezza messe in atto da molti governi europei tra cui quello italiano risultano inefficaci nel gestire un fenomeno inarrestabile come quello delle migrazioni forzate".

Per compendere meglio cosa potrà significare l'accordo (che comprende anche sostegno ai centri di detenzione per migranti libici), ecco il pdf del rapporto sulle carceri del paese nord africano, pubblicato da Fortresseurope:

RAPPORTO_LIBIA

domenica 29 marzo 2009

LA ROMA DI ALEMANNO IN TRE LUOGHI

Qualche riflessione su come è cambiata la Capitale, a quasi un anno dall'arrivo del nuovo sindaco.

I MARCIAPIEDI

"Ma dove sono finiti gli ambulanti?" Mi chiedeva qualche giorno fa, un'amica di ritorno da un periodo di studio in un'altra città italiana. Già, mi sono ricordata, i senegalesi con le borse e i cd, non si vedono quasi più tra i marciapiedi romani. Nel passare dell'inverno, io neanche ci avevo fatto caso che era cambiato il panorama cittadino. Ma lei, di ritorno dopo mesi, ha notato la visibile differenza. I senegalesi e i bengalesi sono svegli e sanno organizzarsi: è vero che in alcune zone sono rimasti, ma per farli semi scomparire, le forze dell'ordine devono avergli fatto parecchia paura.

BUS E METRO
Da due settimane sono giunti gruppi di controllori: io mi sono trovata alle 21,30 di sera a viaggiare sul un bus, da sola, con 3 addetti alla verifica del titolo di viaggio. Come promotrice dell'uso dei mezzi pubblici, sono favorevole a che la gente si abitui a comprare il biglietto. Ma quella presenza massiva a quell'ora, quel modo vagamente aggressivo, di chi è in gruppo, mi ha messo un po' d'inquietudine. Mi sono poi ricordata di padre Giovanni, presidente del centro Astalli (per l'accoglienza e l'assistenza ai rifugiati politici), che nell'ufficio legale dell'associazione mi ha mostrato 3-4 sacchi pieni di multe, prese dai richiedenti asilo politico (che hanno la residenza al centro astalli e per 6 mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale non possono lavorare). Piuttosto che restare fermi per 6 mesi dentro al centro d'accoglienza, i rifugiati avevano osato prendere l'autobus senza biglietto e, non avendo dallo stato alcun sussidio contante, preso la multa (anche perchè l'atac non ha mai accolto la proposta di Padre Giovanni di fare una convenzione con il centro Astalli). Chissà quanti diventeranno ora i sacchi delle multe, nell'ufficio di padre Giovanni.

I "RITROVI"
Si è finalmente ripopolata la via pedonale del Pigneto. Vinerie, kebab, bar aperti fino a tardi e viavai "alternativo". Ma questa primavera c'è una sorpresina in più: una fiammante auto della municipale parcheggiata in bella vista proprio sulla via pedonale, che è il principale luogo di ritrovo di giovani vagamente fricchettoni della Capitale. Mi si dirà che il Pigneto, con l'alta percentuale di abitanti immigrati, puo' essere luogo di scontri o aggressioni, come quella a un negozio bengalese qualche mese fa. Sarebbe un pensiero carino mettere le forze dell'ordine a tutelare gli immigrati in un momento come questo. Ma non credo proprio sia il caso: soprattutto nella via pedonale non ci sono bottegucce etniche, ma solo piazzole di svago nelle quali si girava al massimo qualche innocente canna.

ORDINE E LEGGE (E INQUIETUDINE)
Insomma, guardie ovunque e per tutti. Il comune ha approvato (primi di marzo) un regolamento che limita il percorso delle manifestazioni: "per conciliare l'esercizio delle libertà democratiche, con la vivibilità della città". C'è un aspetto più ordinato delle cose, questo si. Ma dietro? Io non mi sento affatto sicura. Perchè percepisco una strana sensazione, mai provata. L'impressione è che senza farcene accorgere, ci stanno cominciando a nascondere un po' di cose. Un po' di realtà spiacevoli.

PS
Ecco il link ad un interessante inchiesta dell'Unità intitolata "LO SCERIFFO DI ROMA". Ovvero il generale Mario Mori, prefetto in pensione, già comandante del Sisde, il servizio segreto civile, e del Ros dei carabinieri, da settembre a capo dell'«Ufficio extradipartimentale Coordinamento delle Politiche per la Sicurezza» capitolino. Nomina ottenuta poco dopo il rinvio a giudizio per favoreggiamento nei confronti del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. L'inchiesta mostra l'assoluta mancanza di trasparenza delle attività di tale ufficio, nonchè delle procedure attuate per formare una struttura amministrativa cui si erano opposti i presidenti di regione e provincia, nonchè il prefetto di Roma Carlo Mosca.

Buona lettura:
http://www.unita.it/news/80534/lo_sceriffo_di_roma

lunedì 23 marzo 2009

CAFFARELLA: PERCHE' LOYOS IL BIONDINO CONFESSO'?


In generale non mi piace pubblicare su un blog personale articoli di altri. Ma alcuni post del giornalista Gennaro Carotenuto (blog "Giornalismo Partecipativo") sono troppo giusti, originali e stimolanti, nella loro linearità. Mi vien da dire che l'autore ha il potere di farci rendere conto di cose che accadono davanti agli occhi. Ma leggete e commentate!

di Gennaro Carotenuto, sabato 21 marzo 2009

Chiunque con un minimo di sale in zucca e un po’ di onestà intellettuale si domanda se è giusto dedicare così tante prime pagine ad un solo stupro da cinque settimane a questa parte e zero righe, o piccole brevi, alle decine o centinaia di altre ragazze e donne stuprate in Italia in queste settimane.

Su questo piano è evidente che sono sempre necessarie considerazioni su due aspetti: 1) l’uso politico dei romeni che stuprano una minorenne italiana, perfetti per tener desto l’allarme sicurezza; 2) la spettacolarizzazione del caso, ovvero l’uscita dal contesto informativo per entrare in un contesto seriale per il quale si segue quella storia a puntate fino alla soluzione del giallo ma non si segue un’altra storia analoga che va in onda su di un altro canale.

Nel caso della Caffarella però è a questo punto necessario esprimere un dubbio terribile che se confermato sarebbe un’onta per un paese civile e uno stato di diritto.

Perché Alexandru Loyos, al secolo “il biondino”, confessò uno stupro che sicuramente non aveva commesso per ritrattare dopo poche ore? Quando la prova del DNA testimoniò che i due presunti mostri, Loyos e Karol Racz (faccia da pugile) erano innocenti (almeno dallo stupro) il primo fu accusato di essersi autocalunniato per proteggere i veri autori dello stupro descritti come potenti e minacciosi.

Adesso sappiamo (sappiamo?) che gli autori dello stupro erano altri due balordi, due giovanissimi immigrati disgraziati come il pugile e il biondino, la qual cosa fa cadere anche la pallida tesi dell’autocalunnia. Loyos e Racz restano ancora in galera e non si sa più bene perché. Quello che non vale per i presunti colpevoli (il carcere preventivo) vale invece per sicuri innocenti?

Ma soprattutto: perché Loyos confessò lo stupro? Cosa fece così paura a quello che oramai è a tutti gli effetti un’altra vittima di questa vicenda oltre alla quattordicenne stuprata? Molti temono che sia successo qualcosa di terribile non solo nel Parco della Caffarella ma anche nel Commissariato dove fu cucinata una verità ufficiale buona per i media e la politica, ma che non ha retto a nessuna verifica e che non era degna di un paese civile e di uno stato di diritto. Serviva urgentemente un mostro, ma forse il mostro in quel Commissariato non era Loyos.

Leggiamo la denuncia del gruppo Everyone in merito.